Secondo il Dott. Andrea Paliani, Mediterranean Advisory Services Leader di EY, la chiave di volta per la crescita è l’Open Innovation. Lo ha rivelato in un’intervista al Corriere Innovazione, che noi di Custodi di Successo desideriamo condividere con voi.

“L’innovazione è fondamentale nell’ambito della competitività, ma per poter innovare con costanza servono persone aperte, capaci di sfruttare al meglio le idee provenienti dall’interno e dall’esterno dell’azienda. Questa, non può più permettersi di avere al suo interno tutte le risorse e le competenze necessarie ad affrontare le nuove sfide digitali e sono costrette a rivolgersi altrove. Il successo di un progetto innovativo dipende dalla capacità dell’organizzazione di far leva sulla conoscenza e la professionalità di individui che operano dall’esterno, dialogando sia con gli interlocutori tradizionali, sia con soggetti nuovi.”

 

D: Internet, digitalizzazione, globalizzazione e riduzione del costo delle tecnologie hanno dato il via ad un processo di democratizzazione della possibilità di innovare. L’Italia ne è cosciente?

“Imprese e amministrazioni possono accedere più facilmente ai nuovi modelli e di velocizzare lo sviluppo dell’innovazione, anche se non siamo ancora arrivati ai livelli delle principali economie del continente.”

 

D: L’Open Innovation può rappresentare un lancio verso la crescita delle aziende e del sistema nel suo complesso, ma sul fronte dei finanziamenti?

“Serve investire maggiormente in ricerca e sviluppo. L’Italia spende in questo campo l’1,33% sul PIL (2015), contro l’1,70% del Regno Unito, il 2,22% della Francia, il 2,93% della Germania, il 4,25% di Israele. L’Italia si trova al decimo posto per il numero di brevetti richiest (2016), con una spesa poco focalizzata sull’IT, un mercato di Venture Capital ridotto e 7.568 startup nel settore servizi e molto meno nell’industria. Dai parametri che descrivono l’attività di ricerca delle PMI Italiane, emergono indicatori in linea con la media europea in relazione alla Ricerca tradizionale (109,3% sulla media EU 2016), mentre nella Connected Research siamo ben al di sotto della media europea (55,1% sulla media EU 2016).  dalla ricerca EY-Università Cattolica di Milano “Open Innovation – Paper” (2016), realizzata con 157 aziende italiane, è emerso che il 40% delle Grandi Imprese ha attivato processi di innovazione aperta, mentre solo il 12% delle PMI lo ha fatto.Tra le diverse modalità di Open Innovation adottate dalle aziende prevalgono i rapporti con le Università (35%), lo Scouting delle Startup (20%), le Call4Ideas (11%) e gli Hackathon (9%)».”

 

D: Quali sono gli ostacoli che si incontrano nella diffusione dell’Open Innovation in Italia?

“Il 53% delle aziende, pur volendo attivare progetto di innovazione aperta, non ha risorse e competenza per una gestione adeguata. Il 60% pensa che il freno sia dovuto ad un fattore culturale e per il 37% serve il committment del Top Manager come abilitatore al cambiamento. L’80% delle imprese pensa che il supporto all’Open Innovation in termini di metodologia, networking ed agevolazioni economiche sia necessario. Nelle imprese, serve un cambio di rotta, un sitema formativo che permetta di sviluppare le conoscenze digitali, un sistema universitario che unisca ricerca di base e generazione di innovazione nel contesto economico, aiutando le imprese ad intraprendere questo percorso.”

 

D: Che spunti possono venire dall’estero?

“I Paesi che hanno adottato modelli avanzati sono dotati di network di centri innovativi distribuiti nel territorio, focalizzati per settore. Stiamo parlando del Regno Unito, dell’Olanda, dove sono stati individuati 9 settori prioritari e dove sono stati creati 19 consorzi per la conoscenza e l’innovazione, che aggregano competenze di università, imprese e organi di governo nello sviluppo di progetti collaborativi e 10 laboratori che forniscono tecnologie e strumenti digitali alle imprese che desiderano intraprendere un percorso innovativo.”

D: E nel caso della formazione?

“Anche le strutture educative sono finalizzate allo sviluppo delle competenze. In certi Paesi, la formazione viene finanziata con meccanismi pubblico-privati, che rendono l’attività di ricerca connessa agli obiettivi delle imprese. Anche in Francia e Israele vi sono iniziative finanziarie a supporto dell’innovazione, in Israele con programmi di accelerazione, fondi di seed capital e Technology Transfer Company; in Francia, con il recente Piano Macron, che punta al Venture Capital per trasformare il Paese in una “startup nation”Anche in Francia e Israele vi sono iniziative finanziarie a supporto dell’innovazione, in Israele con programmi di accelerazione, fondi di seed capital e Technology Transfer Company; in Francia, con il recente Piano Macron, che punta al Venture Capital per trasformare il Paese in una “startup nation.”

 

D: Perchè in Italia le startup non riescono a crescere?

“Le direttrici dell’Italia sono chiare: startup, incubatori, università, aziende, servizi professionali emergono come i partner principali delle aziende italiane in questo percorso. Per dare però un impulso strutturale a questa forma aperta di innovazione, serve una visione strategica che definisca settori prioritari e che abbia un orizzonte temporale di almeno 10 anni. E’ necessario alimentare l’ecosistema dell’Open Innovation favorendo la connessione tra tutti gli attori e la diffusione in rete dell’innovazione prodotta. Le startup necessitano di maggiori investimenti, sia da attori formali (Venture Capital e Corporate Venture Capital) che informali (Family Office, Equity Crowdfunding). Infine, le aziende devono lavorare al loro interno per cambiare l’organizzazione e il mindset, abbattere i “silos”, favorire la trasversalità, accrescere le competenze ed essere pronte al dialogo con gli attori esterni dell’innovazione.”

 

Fonte:
corriereinnovazione.corriere.it
Rielaborato da Custodi di Successo

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